Viaggi di gruppo: Parigi val bene una foto!

 di Gianfranco Innocenzi

 

Fra tante interpretazioni sociologiche e astrusi pareri di esperti che i media propongono ad ogni piè sospinto, ritengo che sarebbe utile chiedere di approfondire due particolari aspetti che riguardano la “sindrome del turista”. Innanzitutto, occorrerebbe spiegare perchè i turisti italiani - anche quando si recano in città turisticamente “facili” come Parigi - preferiscono più di altri fare vacanze di massa o, meglio, di branco: questo, http://cdn3.fotosearch.com/bthumb/UNN/UNN884/u26852678.jpgalmeno, è quello che si rileva osservando le principali piazze turistiche di Parigi. E poi vorrei anche una spiegazione sul raptus che coglie molti turisti (compresi i miei amici[1] con i quali sono appena tornato da Parigi) che si fanno fotografare davanti ai monumenti, anziché puntare le macchine fotografiche sui monumenti stessi.

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Per quanto riguarda il primo aspetto, è evidente che quando si visita un paese straniero la compresenza di molti conoscenti rassicura e predispone all’allegria. Del resto, condividere con persone simili le sensazioni e le emozioni di un viaggio arricchisce l’esperienza stessa del viaggiatore. Vengo anch’io? E il giro si allarga… ma ogni persona in più è anche un vincolo in più. Spesso i gruppi si formano tra colleghttp://cdn4.fotosearch.com/bthumb/UNN/UNN887/u16756417.jpghi di lavoro o del sodalizio d’appartenenza. E così, è come se non ci si allontanasse dal proprio circoletto perché, anche in gita, ritornano sempre le stesse frasi, gli stessi scherzi e si finisce di dimenticare dove si è. E così, quando questo gruppone va in giro, è costretto a salire sempre sul campanile più basso della città e al suo ritorno avrà usato soprattutto muscoli mimici (per ostentare falsi sorrisi in pose fotografiche) invece dei muscoli motori (per andare in giro). Spesso lo spartiacque tra una bella vacanza e una deludente è il gruppo di persone con cui si viaggia. Personalmente, in Europa preferirei viaggiare da solo, http://cdn3.fotosearch.com/bthumb/UNN/UNN338/u13048684.jpgindossando abiti pratici e stando lontano dai ristoranti turistici e senza invidiare chi va in alberghi di grido. Le più belle esperienze turistiche le ho vissute quando, in missione fuori Roma, di sera mi addentravo da solo nelle parti più recondite della città che mi ospitava, cercando di cogliere gli aspetti più tipici e caratterizzanti, godendo delle atmosfere coinvolgenti e non disdegnando di parlare con qualcuno del posto. E poi, il turista singolo ha la possibilità di scegliere itinerari di suo gusto, senza farsi condizionare nelle scelte. Ma se non si va da soli, allora bisogna ricordarsi che la bellezza di un viaggio dipende sempre dai compagni che si scelgono (o che ti invitano): solo piccoli gruppi e ben amalgamati possono godere appieno delle molteplici opportunità offerte da una vacanza. Basta un “alfaniano” convinto vicino a un “weltroniano” per rovinare un viaggio e la convivenza dei due potrebbe durare solo qualche ora in luogo aperto ma molto meno in luogo chiuso. Ed io, già prima di partire, sapevo bene che i miei cari amici di viaggio costituivano un gruppo assolutamente deberlusconizzato!

Il secondo assunto denuncia un calo di attenzione per i sacri luoghi turistici, forse propiziato dal fatto che da un po’ di tempo, o forse da molto, qualsiasi viaggio ha perso l’emozione della “scoperta” di una nuova città o di un nuovo paesaggio. Raggiungere qualsiasi parte del mondo per un romano è meno impegnativo che andare ad Ostia in un giorno di traffico. Inoltre, i molti libri turistici e i meravigliosi documentari in TV mostrano le più belle città del mondo in alta definizione e con immagini più belle di quelle che potrebbe cogliere un comune turista.

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E chi lo fa non ha certo l’occhio esperto di chi conosce meglio sia i luoghi e sia le apparecchiature fotografiche. Ma così, un viaggio appare sempre meno una occasione di svago e una festa per approfondire, conoscere e convivere con persone diverse e per godere delle bellezze di luoghi ameni e artistici. E così, come molti altri atti umani, anche un viaggio diventa sempre più un evento assimilabile a una merce o a un’unità di consumo di cui si tratta in modo schizofrenico il prezzo. E perciò passa in secondo piano che a Parigi la gente è più attiva e sorridente dei nostri concittadini, che i profumi e le atmosfere sono più intense e diverse dalle nostre e che viene sempre voglia di allacciare un discorso con qualcuno e che anche i giovani sono molto attivi, rispettosi delle regole e non usano graffiti perché non vogliono deturpare la loro città.

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Mancavo da Parigi da 14 anni: in questo periodo sono nati interi quartieri-monumento (la biblioteca) e altri quartieri sono stati completamente trasformati (la Défense). E pensare che anche noi riuscimmo a meravigliare non solo i francesi, ma anche cinesi, giapponesi e americani quando un candidato a Primo Ministro giurò su un cartellone che in 4 anni avrebbe  realizzato nientemeno che un ponte sullo stretto di Messina: a noi romani la cosa sorprese un po’ in quanto dopo 10 anni a Roma neppure eravamo riusciti a completare sulla via Portuense un ponticello ferroviario (ancora oggi non ultimato!). Ma si seppe subito che non esisteva alcun progetto sul ponte dello Stretto - ancora oggi inesistente dopo aver speso  400 milioni) - ma un semplice disegnino da mostrare in TV: che vergogna per chi gli ha creduto! Ecco, scatto dopo scatto, le foto possono trasmettere forme diverse degli stessi soggetti e oggetti quando ci si reca in tempi diversi nello stesso luogo. Mentre invece per la sindrome da autoscatto l’obiettivo resta puntato genericamente, indistintamente, indifferentemente su sé stessi:

 

che sia questa l’eredità lasciata dal politico di cui sopra o, al contrario, che sia uno degli atteggiamenti sulla scia dei quali in seguito si sviluppò il berlusconismo?  

Tornando da Parigi con i miei amici, la prima mail che ho trovato conteneva le foto parigine, in gran numero loro autoritratti. E’ vero che essi conoscevano bene la città e i suoi monumenti: ma invece di camminare in silenziosa ammirazione di questi, essi hanno preferito sprecare parecchie gigabyte delle proprie elettroniche per cogliere i propri stiracchiati sorrisi di circostanza e usare come semplici fondali quei meravigliosi luoghi

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 che da secoli attestano, nel passato e nel presente, la presenza a Parigi di artisti, inventori, audaci tecnici e mecenati illuminati. Si potrebbe anche pensare che questo presenzialismo possa derivare dalla voglia di emulare famosi documentaristi, quasi sempre presenti nei filmati che girano: ma se la presenza della famiglia Angela (Piero e suo figlio) è funzionale alla presentazione e alla spiegazione dei documentari, per i nostri amici quei luoghi sono semplicemente funzionali al loro egocentrico narcisismo. E così, non sono loro ad impossessarsi della città con le proprie foto ma sono le foto che s’impossessano di loro.

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La stessa ambiguità è accaduta con i telefonini: ogni italiano possiede un cellulare o è il cellulare che possiede l’italiano? Se l’analogia tiene – cioè, se noi siamo gli oggetti e i cellulari i soggetti – allora bisognerà prendere atto che il senso del gusto è cambiato e non bisognerà più pensare alle foto in modo fotografico: e allora fotografarsi diventa meglio che … fottere!

  

Roma, 16 novembre 2011


[1]  E’ escluso ogni  riferimento personale ad Agostino su quanto dirò in seguito  in quanto,  considerandosi ormai  più  cittadino di Parigi che di Marino, in questo frangente non ha ritenuto opportuno neppure portare la macchina fotografica. Ovviamente, per gli altri due ”turisti per caso” il coinvolgimento è totale e mi assumo interamente la responsabilità di quanto leggerai in seguito.

 

 

 
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