A proposito di DOC ed altro

Per allontanarci, sommessamente, dagli avvenimenti tristi che ci hanno
coinvolto ultimamente e per avvicinarci all'oggetto della gita del 20
maggio, vorrei proporre agli amici che hanno il piacere di leggere
i messaggi che compaiono in questa sezione del sito un articolo che ritengo interessante, pubblicato sul Corriere della sera del 7 maggio.

Le novità a quarant’anni dalla prima bottiglia certificata.

«La tradizione? È diventata una zavorra»

Doc addio, la rivoluzione dei vini «creativi».  Mescolano i vitigni senza lasciarsi condizionare dall’origine. E cambiano la cultura del bere
SAN GIMIGNANO (Siena) -

Era il 6 maggio 1966, le campane suonarono a festa nella città delle cento torri: sulla Gazzetta Ufficiale veniva pubblicato il testo che regolamentava la prima doc, la Vernaccia di San Gimignano. Vino bianco e toscano, il primo ad essere messo su un piedistallo. Ma a 40 anni esatti da quella «rivoluzione», ecco che se ne avvicina un’altra: quella dei vini «creativi», che stanno prendendo il posto di tante blasonatissime doc. Una buona fetta dei produttori, infatti, cominciano a ritenere che le doc non siano così perfette come si credeva: hanno regole troppo strette, sono «statiche» e non consentano di seguire un mercato, come quello del vino, in continua evoluzione. La tendenza che emerge in maniera spiccata è allora una trasmigrazione dalle doc alle igt (indicazione geografica tipica), le nuove bottiglie: una specie di doc ma con regole più blande, più flessibili, che lasciano spazio alla creatività dei viticoltori, senza il peso della tradizione (che spesso diventa zavorra). Così la seconda «rivoluzione» rende possibile, per esempio, sposare vitigni autoctoni con vitigni internazionali, o interamente internazionali (cabernet, merlot, chardonnay, syrah, ecc,) e lanciare la sfida ai viticoltori californiani e australiani - gli «ossi» più duri - sul loro stesso terreno, senza lasciarsi troppo condizionare dall’origine. E i numeri premiano: quasi un quarto del vino italiano oggi appartiene a una igt.

IL «SALTO» - Tutto è partito da lì, dalle doc, nate 40 anni fa. Doc è l’acronimo che sta per denominazione di origine controllata, una legge e un sistema che hanno rivoluzionato il vino italiano, sottraendo a un generico anonimato i vini più meritevoli, caratteristici e storici, tutelandoli con apposite regole. A quella prima doc se ne sono aggiunte molte altre, tanto che ora se ne contano quasi 350. E doc è entrato nel linguaggio comune, persino Renzo Arbore ci aveva scherzato sopra chiamando una sua trasmissione «Doc».
Nel 1980 è nata poi una nuova categoria, la docg, evoluzione di doc dove quella «g» sta per «garantita», e contraddistingue una categoria di «super doc» con produzione ridotta e caratteristiche speciali. La prima è stata destinata al Brunello di Montalcino, e a da allora poco a poco anche la schiera dei docg si va ingrossando, anche se rappresentano meno del dieci per cento del totale delle doc.

LA NUOVA SFIDA - Dopo quarant’anni la formula delle doc, docg funziona ancora? Si sono interrogati in proposito esperti, funzionari, vignaioli e industriali, radunati a San Gimignano per i festeggiamenti del quarantennale. Le doc hanno sostanzialmente tenuto, anche se con grosse distinzioni. Un quarto del vino italiano si fregia della denominazione, ma delle oltre 350 doc meno della metà funzionano a pieno ritmo, altre «zoppicano», alcune addirittura esistono solo sulla carta. La realtà è che le doc crescono e aumentano il valore aggiunto del prodotto laddove ci sono dei consorzi di tutela della denominazione. E i consorzi di tutela, raggruppati sotto la Federdoc, presieduta da Riccardo Ricci Curbastro, reclamano maggiori poteri per i controlli delle doc.
Ma il vero problema è un altro. La seconda rivoluzione dei vini «creativi» affonda le sue radici soprattutto nello stravolgimento delle regole del mercato. La globalizzazione ha cambiato tutto: i vini stranieri buoni e a prezzi ragionevoli (specie del Nuovo mondo) spingono e sottraggono al vino italiano spazi sempre più ampi. Che fare allora? Da una parte i consorzi di tutela spingono per aumentare le difese a favore di doc e docg, magari diminuendone drasticamente il numero, e modificando in senso restrittivo l’attuale regolamentazione. Dall’altra i viticoltori hanno scoperto terreni nuovi: le igt, il vino «creativo».
 

Francesco Arrigoni

E adesso pensiamo ai buoni principi attivi contenuti nel vino rosso (altro articolo dal Corriere della sera):

 
 

ENOLOGIA Vino fa buon sangue conferma una ricerca sui cru del Lazio

Il vino rosso combatte l’infarto e l’invecchiamento grazie ai polifenoli, contenuti circa dieci volte di più rispetto al vino bianco. Ed è la combinazione di tre principali molecole identificate (il resveratrolo, l’acido caffeico e la catechina) ad amplificare l’effetto antiossidante, con due bicchieri di vino al giorno. È questo il risultato di uno studio, presentato ieri da Francesco Violi, direttore della IV clinica medica del Policlinico Umberto I- Università La Sapienza, in occasione dell’avvio della collaborazione con l’Agenzia regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio (Arsial) per il progetto «Vini del Lazio ad alta qualità». Secondo Violi «il sinergismo dei polifenoli, tipico dei rossi e dei bianchi-passito, neutralizza i radicali liberi dell’ossigeno, prevenendo invecchiamento e arteriosclerosi».  Queste osservazioni - continua il ricercatore - non solo utili per capire come si esplica l’attività antiossidante di una fondamentale componente della dieta mediterranea, ma sono anche utili per sviluppare nuove strategie di prevenzione». I risultati, pubblicati sulla rivista internazionale «Atherosclerosis», saranno impiegati per avviare una ricerca in collaborazione con l’Arsial che entro la fine dell’anno porterà ad una mappatura, anche in termini salutistici e nutrizionali, dei vini rossi prodotti nel Lazio.

 
 
  Sentite quest'altra: (Sempre da Mario_N)

 

Vino invecchiato con trucioli di rovere anziché nelle tradizionali (e costose) barrique.

 

L’obiettivo è ridurre i costi e competere con i viticoltori americani, sudafricani, sudamericani e australiani dove l’invecchiamento con i trucioli è comunemente usato. In Europa sarà possibile fra tre o quattro mesi, quando la Commissione europea e il Wto si saranno accordati sulle norme di etichettatura. Ogni Stato membro potrà decidere in quale categoria di vini autorizzare questo invecchiamento. L’Italia lo permetterà solo sui vini da tavola, e lo vieterà alle denominazioni di origine. Contraria Confagricoltura: «L’impiego dei trucioli danneggia gravemente i produttori che vogliono utilizzare tecniche tradizionali». E la Cia: «Prima che venga adottata qualsiasi definitiva decisione comunitaria, ci sia indicazione sul metodo utilizzato per invecchiare il vino».

12 maggio 2006

 

 

 

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