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ETTORE
PETROLINI
(estratto
dall’introduzione al volume :
“Bravo!
Grazie!!” a cura di Vincenzo Cerami)
…Mentre
picconi e badili radevano al suolo Borgo Pio o spianavano lo stradone
dei Fori Imperiali, Petrolini, angina nel petto, respirando il fango
secco e il fumo dei palcoscenici di varietà, metteva in scena (sempre
nel rispetto dell'orbace di Starace), la romanità più casereccia di
Belli e di Trilussa, se non addirittura dei burini di Marino, di Genzano
o di Frascati. Affermava Petrolini stesso dopo aver consultato a fondo
l'orario delle Ferrovie, la Tavola Pitagorica e l'Annuario dei
Telefoni: «Nel periodo della musoneria italiana in cui un buon attore
non era considerato tale se non si prestava alle parti lacrimose, io
passai come un buffone distinto. Mi venivano a sentire per esclamare
Quant'è scemo! ».
Eppure, più
comico di Petrolini si muore. E il sale della comicità, com'è noto, è la
scemenza. Tra lui e Mussolini non si sa chi ne abbia dette di più.
È
certo, però, che quelle del nasuto attore avevano il potere di far
piegare in due una persona per il troppo ridere. Poiché, come dicono i
professori di liceo, latina è la comicità e attica è la tragedia, in
quella Roma il genio di Ettore Petrolini non poteva essere che comico.
Non solo: quanto più Roma si copriva di fasci littori, tanto più il
guitto di piazza Guglielmo Pepe o dei caffè concerto (di second'ordine
con consumazione obbligatoria), faceva sbellicare dalle risa il numeroso
pubblico accorso.
Mentre il
nostro Paese era arditamente deciso a diventare un Impero con la I
maiuscola, lo smorfioso Petrolini esibiva sulle pedane, davanti
all'ignaro e affamato popolino della penisola, le sue moine furbe e
maliziose.
E tutto
questo dicendo solo scemenze, raccontando barzellette e parodiando
sciattamente il severo mondo che incombeva su quegli spettacolini da
quattro soldi, con tanto di grancassa e di parata all'entrata del
Varietà. «Fu una vita selvaggia », disse Petrolini, «allegra e guitta, e
un'educazione a tutti i trucchi e tutti i funambolismi davanti al
pubblico, che magnava le fusaje [i lupini] e poi tirava le
cocce [le bucce] sur parcoscenico al lume de certe lampene
[lampade] ch' er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de
friggitore ».
Le inaudite
amenità di Petrolini, date con tanto talento di voce e di gesti in pasto
alle sale stracolme e affamate d'allegria, diventavano sublime poesia
del nulla. Quelle idiozie, lette sulla carta, senza la voce dell'autore,
rimangono finissime idiozie.
a pagina 2
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