Da Socrate a Bill Gates: Elogio della passeggiata

Le camminate di filosofi, poeti, scienziati. Per Kant erano «più importanti dell’amore».

E Rousseau diceva: la testa funziona solo con i piedi in moto

 

Camminare è anche un modo pacifico e indolore di combattere l´accelerazione e la frenesia comunicativa. Il corpo vibra, entra in sintonia, riprende il contatto con la mente e consente di ritrovare l´incanto di vivere. “Prima attività ad essere appresa durante l´infanzia, il cammino ci consente ogni giorno di ri-apprendere a vivere”, avevo letto in una rivista specializzata.  Mi piace, poi, paragonare il ritorno del gusto di camminare nello sport a ciò che slow food ha rappresentato nell’alimentazione: un´orgogliosa  rivendicazione di autonomia, un modo per "guardare", dunque gustare, ciò che ci circonda resistendo alla tentazione di fare più in fretta e di arrivare prima.

 

Con queste idee in testa, con 40° all’ombra e con 60° al sole mi ficco da Feltrinelli a Largo Argentina. Aria condizionata e un sacco di cose da curiosare.

Poi mi capita tra le mani questo libro di un certo Alain Montandon, professore di letterature comparate a Clermont-Ferrand (leggo nel retro di copertina) . Che  ha scritto un trattato sull’argomento: La passeggiata . Ritualità e divagazioni (tradotto in questi giorni dall’Editrice Salerno di Roma, pp. 236, euro 14). È una sorta di manuale per vivere meglio, perché vi spinge a trovare sempre una ragione per passeggiare. Oltre gli esempi classici, il simpatico saggio ricorda che bisogna saper fuggire per ritrovarsi, che la natura si conosce soltanto camminando, che la passeggiata aiuta la memoria a funzionare e reca sempre benefici incalcolabili alla salute, che ogni tanto è saggio imparare a smarrirsi affidandosi ai propri piedi. Sostiene, e non a torto, che la passeggiata «termina sempre in una felicità» perché con essa si vive in modo completo.

 

 Perché la passeggiata ormai è un lusso. C’è sempre meno tempo per coltivarne l’arte e goderne i benefici, sempre meno spazio adatto a praticarla. Eppure questa attività, vecchia quanto l’uomo, ha ispirato a filosofi, poeti e scienziati più riflessioni che non le biblioteche. Se qualcuno non ne fosse convinto, rivolga la sua attenzione a Immanuel Kant, uno dei massimi pensatori della storia: ogni giorno faceva una passeggiata sempre alla stessa ora, tanto che in molti manuali si ricorda il fatto che gli abitanti di Königsberg, dove nacque, visse, insegnò e morì, regolavano l’orologio al suo apparire. In verità questo sommo maestro considerava la pratica del camminare più importante dell’amore, ginnastica piacevole e diffusa, della quale non aveva però particolare considerazione (forse a causa delle conseguenze...). Praticata in solitudine o in compagnia, la passeggiata non è impegnativa come un viaggio ma è indispensabile per restare a contatto con il prossimo e per mantenere in salute il corpo. I veri appassionati sanno che abbiamo due medici sempre a disposizione: il piede sinistro e quello destro. Jean-Jacques Rousseau, il filosofo settecentesco che scrisse un’opera dal titolo Passeggiate solitarie , confessò senza problemi: «Non posso meditare se non camminando: appena mi fermo non penso più e la mia testa funziona soltanto con i piedi in moto». Flaubert, un secolo più tardi, definirà se stesso «culo di piombo», dando dignità in tal modo a tutte quelle categorie che amano tener saldi i glutei su una sedia e odiano il moto. Chi scrive non può dimenticarsi un lontano incontro con Piero Chiara, che gli confidò quanto fosse pericoloso praticare lo sport: «Fa malissimo, mi creda. I cardinali campano oltre i 90 e non ne ho mai visto correre uno...

 Ma, per ritornare alla tesi di Rousseau, diremo che è quella che ha avuto più fortuna e fascino. Pensatori del calibro di Montaigne, Nietzsche o Heidegger, per limitarci a tre illustri esempi, hanno concepito le loro idee più forti passeggiando, sulla scia di quegli allievi di Aristotele che furono chiamati peripatetici perché filosofavano camminando. Socrate, del resto, non faceva che continue passeggiatine per Atene interrogando chi gli capitava davanti. E chi ha studiato a lungo Kafka sa che codesto scrittore amava a tal punto la pratica da sostenere che l’importante non è la meta di un passeggiatore, ma ciò che lascia dietro di sé allontanandosi. I bene informati sostengono che le scelte strategiche di Bill Gates siano nate sempre grazie a una buona camminata.

 Alcuni sono diventati santi passeggiando, altri lo hanno fatto per leggere (non soltanto i parroci con il breviario...), da sempre si ricorre a questo espediente per verificare i propri sentimenti o per liberarsi dagli affanni. Petrarca, Stendhal e Goethe hanno disseminato le loro opere di intuizioni sulle passeggiate: alcune sono trasformate in poesia, altre in visite archeologiche, altre ancora in conoscenza del mondo e degli uomini. Camminare permette di valorizzare tutte le ispirazioni, anche quelle che stentano a manifestarsi quando siamo seduti.


 Certo, i «culi di piombo» invocheranno altre storie: da Tommaso d’Aquino, il sommo teologo che era un gran sedentario e passò la vita allo scriptorium, via via sino agli innumerevoli nemici del moto che hanno sostenuto tesi oziose a oltranza, come fece Thomas Edison, al quale è attribuita questa sentenza: «La pigrizia è l’intelligente e fantasiosa madre di molte invenzioni». Ma è altresì vero che il professor Montandon è pronto con gli antidoti e parla delle camminate morali che intraprendiamo con memoria e riflessione. E non va dimenticato che anche con Internet si passeggia senza accorgersi nel sapere e nel fatuo. Del resto, i nipotini di Flaubert hanno sempre praticato le loro deambulazioni stando seduti. Insomma, passeggiamo tutti. Ci piaccia o no.

Questo dice il libro. Allora  propongo al Principe, al Magister, al Magno Bove o come cavolo vogliamo chiamarlo, e a tutta la compagnia degli allegri sgallettati, di mettere sollecitamente in programma, magari in autunno, un cero numero di camminate, anche in città, se a qualcuno la fatica di salire in vetta provoca disturbi. Potrebbero essere esenti da tale pratica gli affetti da calli, vesciche, ulcere, neuropatie, vasculite, paraculite.

 Per dare un senso di ulteriore serietà alla proposta sopra accennata, propongo una serie di consigli utili tratti da internet.

Esaminate i Vostri Piedi (prima da soli, preferibilmente, aggiungo io).  La cosa più importante da fare per prevenire ulcere ed amputazioni è esaminare i propri piedi ogni giorno cercando gonfiori, tagli, abrasioni o ferite in genere.

Cercate di Capire se la Sensibilità dei Vostri Piedi è normale (non è che dovete eccitarli con qualche stramba pratica sessuale, aggiungo io).  Potreste infatti avere perso la sensibilità "protettiva" nei piedi, ovvero non vi siete accorti dei segnali d'allarme che vi proteggono dal ferirvi. Un semplice esame aiuta a capire se avete perso la sensibilità nel tallone. Chiedete al medico di prescrivervi il test a monofilamento, oppure fatevi controllare i piedi dal medico stesso.

Usate solo Scarpe Appropriate (evitate tacchi a spillo, per esempio, aggiungo io). Le scarpe che non si calzano perfettamente possono creare problemi.  I calzini sono una barriera protettiva importante per i piedi e diminuiscono le possibilità di irritazione. Indossateli sempre.  Prima di indossare le scarpe, controllate che non ci siano parti ruvide o mobili, come ad esempio sassolini. Potrebbero causare irritazioni, ferite o ulcere.

Tagliate le Unghie con Attenzione ( sono armi improprie, si va in galera se pizzicati, aggiungo io). Se vi doveste ferire tagliando le unghie potreste dare corso a infezioni. Tagliate sempre le unghie quadrate utilizzando le apposite forbici. Non tagliate negli angoli. Se non siete in grado di prendervi cura delle vostre unghie da soli, chiedete a qualcuno della vostra famiglia, ad un amico o al podologo di tagliarle per voi.

Più di così,  che vi devo dire. Saluti a tutti

 

 

 

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