ACHILLE CAMPANILE

 

  

Ci sono scrittori avari, gelosi fino alla mania del proprio capitale e ci sono scrittori prodighi o addirittura incuranti del proprio tesoro e disposti ad aiutare il tempo nella sua impietosa opera di distruzione. Achille Campanile appartiene all'ultima famiglia e anche  nel pieno della maturità, non ha perduto nulla della sua prima e lontana grazia di invenzione libera con cui era riuscito a imporsi all'attenzione di giudici  difficili con il teatro e il romanzo. Ne sono passate delle stagioni, ne sono stati fatti dei tentativi in tutti i sensi, lo spettatore disinteressato è stato sottoposto a delle vere e proprie battaglie per stabilire e consolidare delle fame ma nei fogli di questo enorme registro legato dalla moda e dall'industria il nome di Campanile non appare mai. Così come non lo trovereste nelle tante storie della letteratura, e qui la cosa sorprende e stupisce perché Campanile è stato uno dei rarissimi inventori di un nuovo genere letterario e soprattutto perché è - a suo modo _ un classico del Novecento, uno dei pochissimi scrittori del nostro tempo a cui una definizione del genere si addica senza suscitare dubbi e perplèssità.   

 Carlo Bo

 

"Achille Campanile, nato a Roma nel 1900, umorista tra i maggiori della nostra letteratura, è autore di numerose opere tra le quali ricordiamo: Ma che cos'è questo amore? (1924),  Se la luna mi porta fortuna (1927), « Agosto, moglie mia non ti conosco » (1930), Il povero Piero  (1959),  L'inventore del cavallo e altre qujndici. commedie (1971), Gli asparagi e l'immortalità dell'anima (1974), Vite degli Uomini Illustri (1975), «L'eroe (1976). È scomparso nel 1977.'

 
 
 

LA RIVOLTA DELLE SETTE

 La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parla­to i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata, per le sei. Ma in realtà poteva esser fissa­ta per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.

Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il mo­to insurrezionale.

Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi, che permetteva a tutti di parteciparvi senili. scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. I con­giurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure; e del resto non si può fare diversamente in questi casi, e biso­gna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:

« Ci vediamo alla rivolta delle sette».

    L' altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Così pure, si svolgevano dialoghi di questo genere:

« Anche tu fai parte della rivolta...».

« ... delle sette, sì.»

E i capi facevano circolare l'ordine: «Domani, tutti alla rivolta delle sette! Néssuno manchi ».

Conclusione: la maggior parte dei congiurati si presentò alle sette invece che alle sei. Voi capite che, in una faccenda di questo genere, un. ritardo può esser fatale. Determinò il fallimento. Fu per questo che, in un successivo tentativo, l'ora della rivolta fu fissata, a scanso d'equivoci, per le sette. Col che gli organizzatori ottennero che, nominando soltanto il moto sedizioso, si diceva contemporaneamente anche l'ora per cui era fissato e, d'altro canto, dicendo l'ora, si indicava anche a quale moto si alludeva, con evidente risparmio di tempo e di spesa, per tutto quello che si riferisce a stampati, circolari, ecc. Alcuni più pignoli dicevano:

«La rivolta delle sette delle sette ».

    Ora bisogna sapere che le sette, in quel paese, erano una ventina, ma alla rivolta partecipavano soltanto sette di esse, e non fra le più importanti. Quindi fu necessario dire: «La rivolta delle sette sette », oppure: «La rivolta delle sette sette delle sette ».

    Ciò anche quando, prevalendo la tendenza unificatrice, le sette si ridussero a sette.

Ogni setta era composta di sette membri, i quali erano chiamati i sette delle sette sette, e il loro moto sovversivo si chiamò la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.

     La cosa grave è che c'era un'altra rivolta, o meglio una controrivolta, un movimento reazionario, insomma, i cui pro­motori nulla avevano a che fare con la prima e anzi erano contro di essa e contro ogni setta.

Disgraziatamente questi, ignorando che l'altra rivolta era fissata per. le sette, fissarono per la stessa ora anche la loro. Non vi dico quello che successe fra i congiurati delle due par­ti, che fecero confusioni tremende, sicché gli antisette finirono fra le sette, verso le sette e mezzo, e le sette, fra gli antisette alle sette.      '

La controrivolta si chiamò la rivolta delle sette degli anti­sette contro la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.

In attesa che essa scoppiasse, i congiurati giocavano a tres­sette. E questi giuochi passarono alla storia come i tressette della rivolta antisette delle sette, contro quella dei sette delle sette sette delle sette.

Un caso curioso avvenne quando uno dei sette congiurati della rivolta delle sette contro quella dei sette delle sette sette, giocando al tressette verso le sette, si fece un sette ai pantalo­ni: e questo si dovette chiamarlo il sette del tressette d'uno dei sette della rivolta antisette delle sette contro quella dei sette delle sette sette delle sette.

                                                                                        Segue
 

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