Cara Daniela,

            ho appreso la triste notizia della scomparsa di tuo padre ieri sera, mentre rientravo da una bella vacanza trascorsa con le mie care ragazze e con Anna.

Ho spesso pensato negli ultimi tempi a quanto grande dovesse essere il tuo dolore nell’accompagnare tuo padre in ospedale ad intervalli sempre più serrati, ogni volta tornando a casa sperando in un miracolo che però non è avvenuto per lui. Sono addolorato per non aver potuto dare l’ultimo saluto al tuo caro papà che, solo per quel poco che l’ho conosciuto, lo ricorderò sempre tra le persone a me più care. Ogni volta che lo incontravo non potevo fare a meno di ascoltare i racconti, le esperienze di vita, la profonda e raffinata conoscenza non solo del suo lavoro ma anche del suo mondo che a poco a poco è scomparso attorno a lui: e ogni volta che andavo a Marino con gli amici, passando davanti alla porta della sua cantina ormai quasi sempre chiusa, pensavo a quanto dovesse essere stata bella la sua vita quando le cantine di quella strada erano ancora tutte aperte (quasi tutte chiuse, sembrano ormai inutili senza le persone che le rendevano allegre e piene di vita) e che erano poli di interesse non solo commerciale ma espressione di cultura e di duro lavoro. Mi sembra ieri quando nella sua vigna tuo padre mi spiegava che se quasi tutti i terreni, tranne quelli troppo umidi, permettono la coltura della vite solo pochi come il suo podere possedeva tutte le caratteristiche per esercitare una grandissima influenza sulla quantità e, soprattutto, sulla qualità del prodotto della vite. Ricordo i gesti con i quali mi mostrava i tralci, i nodi, le gemme che generavano i frutti e quelle che non li generavano, la regolarità matematica dell’alternanza tra foglie e gemme …  Ago era sempre presente ma, malgrado conoscesse bene quegli insegnamenti, si guardava bene dall’intervenire perché le sue eventuali spiegazioni avrebbero stonato di fronte alla magniloquenza, raffinatezza e arguzia del maestro. Mentre compilavo lo slideshow sulla vite (lo ricordi?) tante volte mi sono passate sotto gli occhi le  foto scattate da Ago in occasione di una delle ultime vendemmie della sua vigna dirette interamente da lui. Mi piace pensare che egli sia lì ancora adesso, nella sua bella vigna dove ha passato tanto tempo della sua vita  e dove si è sempre sentito felice e realizzato nell’accudire alle sue creature.

Si, un grande maestro, un grande uomo, un grande papà e nonno che, come le persone veramente grandi, non scompaiono più dalla mente di chi le ha conosciute e, credo, neppure dalla mente dei suoi  concittadini perché egli ha contribuito, assieme ad altri, a far crescere e prosperare la sua Marino.

Cara Daniela, anche se ora non ti sembra così, vedrai che in mille circostanze - belle e brutte - sentirai sempre la sua presenza (la sua solita voce, il suo solito sguardo) perché lui continua a vivere in te e non ti lascerà mai perchè, come è stato per mamma, egli è parte di te per tutta la vita e lo porterai con te con l’orgoglio di aver avuto un padre che chiunque sarebbe stato contento di avere. Tu, Ago, Anna e me stesso, credo, ce la stiamo mettendo tutta per essere all’altezza dei nostri padri (e madri) ma sarebbe da sciocchi tentare di confrontarci con i sacrifici fatti da loro. Ma ridicolo mi sembra anche confrontare i nostri cari a quei tanti personaggi anche importanti che vediamo sfilare tutti i giorni al lavoro o in televisione: che diverso spessore di cultura, di serietà e di saggezza tra i nostri cari e quegli insignificanti personaggi!

Anche se difficile, cerchiamo sempre di imitarli pensando che i nostri figli un giorno (certo, il più lontano possibile) possano rimpiangerci e soffrire come è stato per noi nel separarci dai nostri cari.

Un forte abbraccio a te e a Michela.

Gianfranco

Roma, 1 agosto 2007

 

Agostino aggiunge una nota e l’ultimo ricordo di Remo:

Questa è una foto fatta in occasione della vendemmia 2007. Appare appropriata ed emblematica: nonostante gli acciacchi e l'età riesce ancora a vigilare la raccolta dell'uva, a seguire ancora il lavoro che gli ha logorato il fisico, a dare la sua presenza quale monito di intolleranza a distrazioni di qualsiasi genere da parte dei vendemmiatori. Non accettava il modo di "lavorare" la vigna dei giovani, poco inclini alla fatica fisica, e il suo modello di riferimento

 

era sempre quello dei "suoi tempi", quando gli uomini affrontavano il lavoro con molto più entusiasmo ed energia: i tempi dell'Italia ad economia prevalentemente agricola. Non si è mai  rassegnato ai cambiamenti.

La foto che propongo lo ritrae con lo sguardo rivolto a terra, verso quella terra che lui ha saputo rendere generosa, sicuramente pensando che quella sarebbe stata la sua ultima vendemmia, come purtroppo diceva con malinconia.

 

 

 

 

 

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