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Quanto accaduto
durante la nostra ultima riunione conviviale, nella quale si doveva
nominare il Presidente della “Compagnia” mi ha indotto ad alcune
riflessioni di cui vi voglio fare partecipi.
Dopo che il
leggendario dott. Bardi, Presidente onorario, ci aveva lasciati si
voleva eleggere un “capo”, una persona che potesse riassumere in se la
sintesi, l’anima, del gruppo e si discuteva animatamente sia su chi
avrebbe dovuto succedergli che su come avrebbe dovuto chiamarsi:
Presidente, Pater, Magister, Magnus Bove, insomma le idee erano
confuse…….. La cosa è stata fatta cadere, ci si è scivolati sopra perché
in quel momento le idee non erano chiare, non esisteva una volontà
unitaria.
Volevamo
razionalizzare, imbrigliare, ingessare una “cosa” nata spontanea, priva
di regole troppo precise, la cui anima risponde solo al richiamo della
spensieratezza, del puro divertimento, dello “stare insieme” solo per
incontrarsi e buttarsi alle spalle i problemi del quotidiano.
Come è a voi tutti
noto faccio parte del “gruppo storico” di quella che solo in un
secondo momento è divenuta “la Compagnia del Buon Bicchiere”. Ecco è su
questo percorso storico che ho provato a fare una riflessione ed invito
tutti quelli di voi che se la sentono ad esprimere il proprio punto di
vista.
Quando si parla di
“gruppo” non tutti hanno lo stesso parere sul significato di questa
parola.
Non vi sto a
tediare con le decine di definizioni che ci sono in letteratura ma
quella che mi pare possa rispondere meglio alla mia personale idea si
può esprimere cosi: “l’interagire, il percepirsi e sentirsi uniti, il
perseguire scopi condivisi e l’interdipendere per raggiungerli, l’avere
un’aspirazione comune a guida della propria condotta, fanno di un
insieme di individui un gruppo” (naturalmente questa definizione non
è mia ma di uno dei numerosi studiosi dell’argomento…).
L’interazione fra
questi quattro criteri è che il primo da vita agli altri e questi non
sono che modi diversi di prospettare una stessa realtà.
Il gruppo nasce, si
sviluppa e dura nel tempo, per soddisfare certi bisogni dei membri.
Questi bisogni non sono necessariamente uguali in tutti i membri e la
vita del gruppo porta allo sviluppo di nuovi bisogni che spesso
acquistano più importanza di quelli originari.
Il nostro gruppo è
nato in modo informale negli anni 70.
Eravamo quattro,
qualche volta cinque, amici che, su invito del dott. Bardi, una volta
l’anno andavamo a “prendere” quello che pensavamo fosse il mitico
“Brunello di Montalcino”. Non avevamo una vera cultura del vino ( ma
adesso ce l’abbiamo?) e penso che a quel tempo ce l’avevano veramente in
pochi, ma andavamo, gioiosi e spensierati, incontro ad una giornata
piena di improvvisazioni e di sorprese , insomma ci divertivamo.
Caricavamo, su un camioncino che qualcuno ci prestava o che affittavamo,
10 e più damigiane da 54 litri. “Na fatica!” ma avevamo la gioia di
portare il “Brunello” a tanti amici che non ne sospettavano nemmeno
l’esistenza.
Nel corso del tempo
apprendemmo dal mitico “rag. Paolo” del Poggione, che per avere il
“Brunello” avremmo dovuto attendere 5 anni e sborsare somme notevolmente
superiori. Ma tant’è, noi eravamo felici così……….
Il tempo è passato e
il gruppo, come tutte le cose della vita, si è evoluto, è cresciuto, si
è trasformato. Ora si chiama “La Compagnia Del Buon Bicchiere”, si è
dotato di uno statuto e di uno strumento di moderna comunicazione quale
il sito web, insomma si è adeguato ai tempi che viviamo e questo ha
fatto esplodere alcuni problemi che da parecchio tempo covavano sotto la
cenere.
I bisogni comuni e
condivisi spingono i diversi membri a interagire per il raggiungimento
dello scopo comune (alcuni esempi….) e perché questo si trasformi in
forza vitale le azioni debbono configurarsi in senso cooperativo con
divisione del lavoro, un sistema di posizioni-ruoli e in una
distribuzione di potere ( o forse meglio di influenza) all’interno di
esso.
Quello che voglio
dire è che se si vuole organizzare una scorribanda è necessario che:
- qualcuno la pensi
- qualcuno la
proponga e la renda nota agli altri membri del gruppo
- qualcuno la
organizzi
- qualcuno la
realizzi.
Ecco la somma di
queste attività presuppone l’esistenza di una organizzazione perché si
raggiunga l’obiettivo ……..
La coesione del
gruppo è condizione basilare affinché esso possa sopravvivere e
procedere con successo verso lo scopo sociale
Tre sono i fattori
complessi e interdipendenti sui quali si basa la coesione del gruppo e
si possono identificare in:
- presenza di forti
bisogni dei membri
-il fatto che i
membri percepiscano il gruppo come atto a soddisfare questi bisogni
- l’impegno emotivo
che accompagna tale percezione.
Gli scopi del
gruppo , la via e le tappe per raggiungerli, debbono essere definiti in
modo esplicito , cosicché risultino ben chiari alla mente di ogni
membro.
I sacrifici e le
gratificazioni debbono essere egualmente distribuiti tra i diversi
membri del gruppo, o, almeno, i membri ritenere che così avvenga. Questo
è un fattore di coesione molto importante.
In un gruppo solo
eccezionalmente si ha un contributo uguale – per quantità, qualità e
iniziativa – da parte di tutti i membri partecipanti: alcuni sono più
attivi e perciò giocano un ruolo nella nascita, sviluppo e mantenimento
delle caratteristiche del gruppo.
Quello che un gruppo
è, dipende in buona parte da come e da chi questo ruolo è giocato.
Correntemente la
persona o le persone, che hanno maggior peso nella vita di un gruppo e
danno ad esso l’indirizzo che essa ha, vengono indicate col termine di
“capo”, di “guida” o con termini equivalenti .
Questi termini
indicano un ruolo “centrale” di una singola persona , non un tipo di
personalità, e come tale esiste solo correlativamente ad altri ruoli,
per quanto vaghi e poco definiti essi possano essere.
(pag 272)
E’ opportuno
distinguere tra potere attribuito (valutabile chiedendo a
ciascun gruppo di stimare in che grado ogni altro membro influenza i
compagni) e potere manifesto o per meglio dire affettivo
(valutabile osservando il successo comportamentale che ogni membro
raggiunge nei suoi tentativi di influenzare gli altri)
Il “capo” del gruppo
può essere identificato nella persona che, in un dato momento e
situazione, attraverso le proprie azioni, influenza in modo più marcato
– cioè da avvio ad azioni, orienta,dirige, modifica, coordina, gli
atteggiamenti e le azioni degli altri membri e, per questa via, le
attività e le proprietà del gruppo come insieme unitario.
La leadership è
fondata da un effettivo ascendente personale, acquisito attraverso
l’interazione con gli altri e mantenuto adattando il proprio modo di
giocare il ruolo alle esigenze, atteggiamenti aspirazioni dei membri.
Quindi il potere di
chi guida è legato al fatto che egli dimostri di simboleggiare e
impersonare certi ideali propri di tutti gli altri membri.
Chi guida deriva
dunque la propria autorità (capo sostanziale, leader….) dal consenso di
chi lo segue (pag 276)
Questa definizione è
la più generale possibile ma mi sembra quella che si adatta meglio alla
nostra realtà.
Il “capo” non si
elegge ma è quello che viene istintivamente riconosciuto dagli altri
come punto di riferimento, colui che con il suo naturale carisma è in
grado di indirizzare, razionalizzare e realizzare le azioni del gruppo.
Si tratta un leader informale che non ha bisogno di alcuna investitura o
campagna elettorale perché sono gli altri membri che gli riconoscono
questo ruolo.
Concludendo , va
bene lo statuto, va bene la distinzione fra vecchi e nuovi adepti, va
bene tutto ma……..che tutto risponda allo spirito della “allegria, del
divertimento e della goliardia” così come recita la Pinta 1 del nostro
statuto!

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